Paura e libertà

Paura e libertà

I dialoghi si susseguono in un romanesco abbozzato ma la scena si svolge in Piazza Saffi a Forlì.

Il Veneziano si rivolse a Dibba con fare godereccio:
“Ehi Dibba, ci facciamo uno spinaccio?”
“No Francé, sono in campagna elettorale dai. Lascia stà.”
“Eddai Dibba, un traminello ti fa solo bene. Ti rilassa. “
“Francé devo tenere un comizio tra un'ora. Lascia stà.”
“Madonna Dibba che pesantone. Ti sfonnavi di canna fino a ieri, mo' mi fai il sostenuto.”
Il Veneziano e Dibba erano amici da tempo, da quando il Dibba aveva rilanciato la legalizzazione delle droghe leggere proposta dal Pannella. Cercava seguaci e il Veneziano si appassionò alla causa.
“Ah Dibba ma se ti eleggono mi fai un centro sociale a Forlì?”
Ah Francé, nun rompe li cojoni con ste canne, gli italiani hanno bisogno di altro, tipo ordem et progresso.”
“Chi? Ah Dibba: ma quanno te ne stavi a cazzeggiá in Sudamérica, che cazzo facevi tutto er giorno?”

Arrivarono in Corso della Repubblica e Dibba parcheggiò in piazza XX Settembre, tra il kebabbaro e la sede della Lega.
“Francé mo io vado. Ci sentiamo più tardi ok?”
“Ok, Dibba, io mi rollo un tabione e poi arrivo..”
“Tanto pe'ccambià eh?”
Lo stand era stato montato al centro della piazza. Dibba doveva raccontare 4 fregnacce e poi introdurre il candidato locale. Francé non sopportava i comizi ma il suo amico Dibba gli aveva chiesto di presenziare, per fare numero, casomai i forlivesi deludessero le aspettative. Il Veneziano per non starsene solo aveva chiamato due amici con la scusa che in piazza davano la birra a poco. Aveva omesso la vera ragione, ovvero il comizio del Dibba, perché non voleva essere oggetto di dileggio. Finì la canna e si guardò in giro. Iniziava anche a piovere. Maledetti, come diceva quel signore ai politici, maledetti. Da Corso Díaz spuntarono i due amici.
“Francé che cazzo di idea, piove pure.”
“Dai ragazzi ‘na birretta, ‘na cannuccella e passa la paura.”
“Ma non c'era quel tuo amico romano??? Er figlio der fascio-liberale?”
“Madò che pesanti. A parte che lui é col Che, é stato anche in Sudamérica.”
“Ah perché adesso basta andare in Sudamérica per essere filo-rivoluzionari? Francé nun t'avventurare in sto campo che non fa petté.”

paura liberta“No vabbè, comunque mi ha detto che un giorno si é beccato, in un hotel de l'Avana, Fidel e hanno sobillato.” “Hanno che? Certo che il tuo amico te ne racconta di bombe e tu manco le capisci.”
“Comunque ragazzi, sì, é qua in piazza. Dai passiamo a fare un saluto e ci facciamo una birra. Poi Dibba ci raggiunge al pub.”
“Madó cheppalle.”
“Dai dai c'ho della fumella niente male.”
“Si ma la fumella non ci ripara dalla pioggia e il tuo amico é palloso.”
I tre si diressero verso il comizio. Sbucati dal chiostro di S. Mercuriale incrociarono una camionetta della celere. Il Veneziano si arrestò all'istante.
“Francé che cazzo combini? Vieni avanti.”
Il viso si tinse di un pallore malato e un ghigno forzato comparve sulla bocca. Sembrava una statua di cera del Madame Tussauds.
“Francé datti una mossa.”
Gli amici lo incalzavano, anche per la pioggia, ma il Veneziano sembrava imitare Andreotti con la Perego. Si sentiva in fallo e cercava di dissimulare in maniera pessima. Tra l'altro i celerini stavano amabilmente parlando tra loro e non si erano neppure accorti di quello strano individuo impalato di fronte che sogghignava.
“Francé ma che cazzo fai?? Quelli manco ti s'inculano di striscio ma se continui a comportarti da deviato mentale saranno costretti a intervenire. Manco fossi Pablo Escobar. Tu hai visto troppi film…. e levate sta paresi da scemo. Cerca di essere normale.”
Il Veneziano stava vivendo una guerra interiore. Le forze dell'ordine lo avevano terrorizzato sin dalla prima canna. La gioia dello sballo e della trasgressione veniva annientata dalla paura.
“Senti Francé, smetti se ti deve fare così. Che cazzo, a 40anni superala sta cosa. Ce stamo a vergognà. Mo li vado a chiamare io e te faccio pure menà.”
Le voci degli amici giungevano ovattate. Francè stava vivendo il solito dramma interiore. Il cuore era in gola, le mani sudavano, la fronte era imperlata, il volto contratto in una smorfiasorriso che aggravava la situazione invece di migliorarla. Con gli anni la paura delle forze armate lo aveva fatto invecchiare precocemente. Sentiva che il cuore era sempre più stanco. Un celerino staccò lo sguardo dal gruppo e lo portò nella sua direzione. Fu come ricevere un proiettile in corpo. Il Veneziano piegò le ginocchia e quasi cadde.
“No vabbè ma questo è scemo, io me ne vado.”
I due amici si allontanarono stufi di questa sceneggiata isterica. Il Veneziano continuava a stare fermo e sorridere al poliziotto, covando un terrore interno da guerra mondiale.
Il poliziotto si mosse verso di lui. A due metri di distanza la vista si annebbiò e il ventricolo sinistro iniziò a malfunzionare. Un metro e mezzo, un metro, 50 centimetri, sentiva che la morte stava arrivando. Si rivolse al Signore dei Cieli, chiedendo di non soffrire.
Quando riaprì gli occhi si trovò nella stessa Piazza, esattamente nello stesso punto in cui la Morte l’aveva colto. Il poliziotto che si era fatto avanti era andato a farsi un hot-dog al baracchino sotto il chiostro e il gruppo di celerini era sempre di fronte lui a chiacchierare beatamente.
In quel momento dalle casse giunse la voce del Dibba: “Cittadini forlivesi, come diceva il mio amico Fidel Chi cade, chi muore, la rivoluzione cubana non scomparirà mai.”
La poca gente presente iniziò ad abbandonare la piazza chiedendosi che cazzo centrasse la rivoluzione cubana.
Il Veneziano era caduto e quasi morto.
Era un rivoluzionario

di Evangelista