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Ovvero la storia (con poco ghiaccio) di Alexi Lanals 

La storia di Alexi Lanals, quasi omonimo - ma etimologicamente un po' più pornografico - del rosso calciatore fallito/rocker fallito/umorista amatoriale fallito del Padova Calcio e della nazionale USA anni '90, ebbe inizio al compimento del suo diciottesimo anno di età, il giorno in cui scoprì che senza alcol la parola "festeggiamento" non avrebbe più avuto senso alcuno. E che la sua vita, senza alcol, non avrebbe avuto più nemmeno una parola da dire. 

Dopo diciassette anni, undici mesi e trecentosessantaquattro giorni insipidi come un pasto ipocalorico per anziani ospedalizzati, Alexi decise di dare un'impronta forte alla propria esistenza, organizzando uno spettacolare party sui colli più esclusivi di Hollywood, che ebbe però il successo di una manifestazione vegana sotto casa di Bokassa il 4 dicembre del ’77: pochissimi, tra i duecento e passa invitati, accorsero a presenziare, recando peraltro regali di valore infimo, spesso al confine fra il demenziale e il miserabile, e l'evento non diede mai neppure la più pallida idea di poter decollare secondo i voleri del festeggiato. L’organizzazione, a dire il vero, non era mai stata il suo forte, ma non si meritava una fine del genere.

Appoggiato al trono leopardato che aveva fatto portare al centro del bar dal set di un videoclip in fase di ultimazione, masticando rabbia e tacos in egual proporzione, fece cadere l'occhio al bancone degli alcolici, rimasto sgombro e intonso dopo tre ore di vana e vanesia attesa. Non che ci fosse alcol in quantità industriale per una festa da duecento stronzi, in effetti, ma di sicuro un diciottenne appena nato non avrebbe avuto grossi problemi a pascersene fino al limitar del coma etilico. 

Fu così che Alexi, decisionista come non mai, oltrepassò il fossato del bancone, e passò da un sorso di rhum a un cicchetto di tequila, esplorando poi le limpide scogliere di ghiaccio del gin tonic e i melmosi pestati, appestati di lime verde-fluo e zucchero di canna artigianale. Flirtò con un paio di birre da prezzo e un flûte di prosecco italiano, e finalmente si arenò - tronfio e gaudente - sopra una damigiana di vino barricato, rossissimo e profumatissimo.

Le ore passavano liquide, e non un segno di cedimento, nessun monito di sbocco. Più beveva e meglio si sentiva, non c'erano più depressione e inadeguatezza tutto intorno, soltanto voglia di iniettarsi alcolici in vena, e ficcare il pisello in ogni essere femminile al di sotto del quintale e sessanta. 

Tutto procedeva per il meglio, almeno all'interno di quel bel testone dal ciuffo color Mickey Rourke in The Wrestler, quando all'improvviso qualcosa di simile a un breve ma intensissimo rigurgito ne storpiò il sorriso Durbans... no, non era nausea, come sarebbe stato plausibile pensare, ma un nemico ben più subdolo e infingardo: ladies&gentlemen, era arrivato il singhiozzo.

Se c'era una cosa che quel ragazzone temeva, era il singhiozzo. Non ne aveva mai sofferto in vita sua, per carità, ma aveva udito storie orripilanti e macabre su di esso, e di pochi giorni prima era stata un'edizione straordinaria di Calisbornia Newz ad aprire col caso di un uomo che da venticinque anni, non uno di meno, combatteva contro questa piaga gutturale.

Dopo almeno un buon paio di minuti in cui il singhiozzo imperava, Alexi capì che le cose stavano mettendosi male, prese il coraggio a due mani e il motorino coi piedi, e forte di una sbronza che stava pian piano passando, raggiunse il pronto soccorso più vicino senza bisogno di manovre esageratamente spericolate.spreedz

Davanti al desk delle infermiere d’accoglienza, ritenne doveroso affievolire ulteriormente la voce nella speranza di ottenere almeno un codice giallo, cosa che non venne nemmeno vagamente considerata dalle “arpie che sostavano i loro culi pesanti al di là della vetrata antiproiettile”. Non si rese bene conto se l’avesse detto o pensato, ma col tempo si propese per la prima ipotesi, considerando che sarebbe stato visitato soltanto quindici ore più tardi, ma ad oggi manca ancora l’ufficialità.

Per sfangare quell’attesa nauseabonda, si avvicinò alla macchinetta delle bevande, e iniziò a trangugiare mezzi litri di acqua naturale, senza ottenere risultati soddisfacenti, se non quello di sostare davanti alla fetida toilette dell’ospedale ogni venti minuti e peggiorare la situazione.

Si addormentò su una panca poco comoda, dopo le prime dodici ore di attesa, sognando di sguazzare in mezzo a damigiane di pregiati Sassacaia e Amarone, acclamato da folle torrenziali di lascive pornodive dedite alle più scabrose pratiche sessuali dell’intero jet-set hardcore di L.A., senza patire il benché minimo disagio singhiozzante.

Venne alfine svegliato e condotto in ambulatorio, con la gola che non smetteva di battere come fosse la grancassa di Gian Bonzo Bonham, e una volta visitato da un dottore certosino e scrupoloso, il verdetto fu dei più spietati: Alexi era affetto da A.S.S. 

Alcolico Singhiozzo Spontaneo, scritto a chiare lettere sul referto stampato di fresco.

Capita, una volta su un paio di milioni, ma può capitare, cazzo se può capitare, che al primo sorso d’alcol tracannato nella vita, un essere umano subisca una violenta e subitanea modifica metabolica a livello di DNA, che lo costringe a mantenere un determinato tasso alcolemico nel sangue se non vuole imparare a convivere con una sorta di balbuzie meccanica continuativa.

Generalmente, tra gli 1,5 e i 2,5 grammi per litro. In pratica, condannato alla sbronza, al ciondolare, al guidare in condizioni pietose, all’emettere sbuffate di fiato al retrogusto tannino, in ogni istante della sua vita. Altrimenti, non è più capace di intrattenere una benché minima esistenza sociale, vessato da un incessante e immarcescibile singhiozzo.

Con una mano nei capelli e un’altra nel portafogli, il nostro non si fece a quel punto prendere dallo sconforto, ma deciso a guarire nel minor tempo possibile, saltò in groppa allo scooter scassinato e raggiunse la prima bettola sul Sunset Boulevard, ingurgitando in un tempo degno delle medaglie d’oro di Carl Lewis sette spritz, quattro birre e una magnum di frizzante, e a seguire un trittico di vodke menta/pesca/melone, concludendo in grande spolvero con un Disaronno off the rocks.

Il singhiozzo finalmente sparì (in realtà, già dopo i prime due spritz), e Alexi, schiaritosi l’ugola dorata, non esitò a prendere il grosso telefono cellulare che aveva ricevuto in regalo dai suoi genitori, per chiamare la migliore mignotta di tutta la West Coast e festeggiare, finalmente in maniera degna, l’ingresso nella maggiore età, quella della Responsabilità: 

“Miss Tracy? Ciao, mi chiamo Alexi e sarò io il tuo stallone stasera. Prepara le lozioni, sto passando ora davanti alla centrale della polizia, fra un quarto d’ora sono da te. Se sono ubriaco? Sì, certo! Non vorrai mica farmi morire di singhiozzo! Hey, io sono un malato di ASS!”