Pinarella dreamin’

Pinarella dreamin’

Sera. Tre giorni dopo Ferragosto.

L'estate, per molti, è già un lontano ricordo. Per noi figli dell'Adriatico, invece, è appena passato l'incubo di una festività alquanto odiata. La speranza di mangiare un fritto vista mare, senza prenotare, si riaccende e torna viva più che mai.

Una possibilità che con successo soddisfo immantinente. Il peso degli eccessi di una stagione immediatamente svanisce e solo per un istante vengo travolto da un'effimera sensazione di redenzione. Mi immedesimo nei seggioloni vuoti che ormai tacciono infiniti, uno sopra l'altro, nell'angolo del ristorante, dimenticati, rottamati. Mi riportano subito alla realtà, al passato, al presente e al futuro. Sento ancora le gioie ormai dissolte dei bambini che fino a qualche giorno fa riecheggiavano in tutta la riviera e mi fanno pensare.

Pensare è l'ultima cosa che voglio. Devo scappare da qui, da me stesso e dal me stesso bambino. Una volta in strada, un'unica e fugace folata di vento mi avvolge. Com'è arrivata scompare. Il solo suo lascito è percepibile sulla mia maglietta bianca, un indelebile profumo di resina e pinoli che abbatte totalmente quel poco che rimaneva di candido in tale indumento. La pineta, a qualche passo da me, si è involontariamente lasciata rubare la sua cosa più preziosa.

Cammino invano alla ricerca di qualcosa o di qualcuno, ma in un paio di secondi le ciabatte si arrendono e le forze mi abbandonano. Mi siedo sul muretto all'ingresso della spiaggia con la speranza di incrociare uno sguardo solidale, un'ombra nella mia stessa condizione, un naufrago sulla mia stessa zattera.

Nulla.

Dunque salpo verso altri orizzonti in cerca di onde medie. Un varo in più non ha mai fatto male a nessuno, ma le mie gambe sono troppo livide per camminare, un colore viola trombosi da trombata in doccia. Magicamente a qualche metro da me appare l'unico mezzo che solca il lungomare, è il trenino dei mini turisti. Ciò dai cui ero scappato qualche istante fa si ripropone sotto forma di piccoli vagoni e ricado nei ricordi di un'infanzia ormai perduta. Solo andata grazie. Sulle note di "Un'Estate al mare" raggiungo il centro della piccola località balneare. Ad accogliermi saracinesche abbassate, vento di disagio e resti di civiltà. Voglio tornare indietro. Cercando invano con lo sguardo noto l'ultima corsa che se ne va. Rassegnato raduno le ormai nulle forze, metto un piede avanti l'altro e casa come rotta.

Dopo finite speranze e infiniti minuti, il sogno di un letto sta per diventare realtà. Ma all'improvviso sbatto in un bar aperto, è un bar cubano.

Il bar cubano più lontano da Cuba, sia per latitudine che per longitudine, e da tutto il resto che non siano solo nozioni geografiche, ma culturali. Mi fermo, mi siedo, ordino da bere. Intorno a me persone che improvvisano balli astratti, abbozzi latini con problemi fisici evidenti. Li ammiro cimentarsi in questa impresa e li stimo perché se ne fregano di chi li circonda.

È la loro ultima spiaggia probabilmente, forse perché sono le tre di notte e sono in un cazzo di posto marcio invece che su un lettino in spiaggia a scopare. È anche la mia ultima spiaggia ma forse loro sono lì da sempre, si sono rotti il cazzo tutta la sera e pur di allontanarsi dalle noie di un tavolo pieno di mozziconi e fondi di Fernet rischiano caviglie slogate e la notte alla guardia medica, dato che domani è domenica e il pronto soccorso non fornisce il servizio.

Ovviamente domenica è un giorno sacro anche per i dottori, perché si sa, la gente di domenica non si fa male.

 

di Cris

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