Il milione (parte 1)

Il milione (parte 1)

Alex era nato per il lavoro e sin da piccolo si era contraddistinto per le sue qualità di abnegazione e puntualità. Aveva iniziato con i lavori più umili, tipo quella volta che venne assunto come apprendista muratore ma fu licenziato già il primo giorno, dopo che lui e la carriola carica degli attrezzi erano finiti nella fossa del cemento. Il capo mastro aveva intuito che il ragazzo aveva una volontà eccessiva e capacità superiori alla media per cui lo aveva indirizzato a lavori più consoni e di maggior levatura, tipo barista o barbiere. Alex però voleva entrare nel commercio, voleva essere una pedina fondamentale dello scambio di beni su mercati internazionali.

Quando condividevamo casa nell'hinterland forlivese, Alex era già diventato rappresentante. Rappresentava tutto il tempo. L'altro coinquilino, Pozza, che viveva al piano superiore, faceva il macellaio e si svegliava sempre all'alba per andare a sezionare mezzene di suino. Quasi ogni mattina trovava il nostro Alex ancora in piedi, davanti al televisore: diceva che il cinema era importante e tutti noi avremmo dovuto guardare trilogie polacche e film di Verdone.

Durante il periodo della rappresentazione, capitava sovente che Alex lavorasse da casa. Pur essendo in un ambiente familiare e informale, Alex era impeccabile: vestito in camicia, giacca a costine e cravattino viola, si sedeva al tavolo della colazione e armeggiava al computer.

In sottofondo ascoltava perennemente video di Rostagno perché diceva che la voce di Rostagno lo rilassava. La nostra vicina al piano terra era ammaliata da Alex, pensava facesse il modello, tipo Tony Randine. Se la vicina aveva sindromi di Stendhal ogni volta che passava Alex, non era altrettanto tenera con me.

Si divertiva a chiamarmi lo zitellone del condominio di fronte alle sue anziane amiche e mi parlava come si parla ai falliti.

Alex è stato uno dei primi ad attuare l'allora sconosciuto smart working: io e l'altro coinquilino, gente ingenua e sulla via del fallimento, non riuscivamo a comprendere come mai Alex passasse intere giornate a casa, ascoltando Rostagno e le canzoni di Donato Mitola.

Lui diceva di fare ufficio. Noi eravamo invidiosi e ignoranti (io pure zitello).

Nonostante il nostro scetticismo, Alex quell'anno vinse il premio di "best seller in the world" della sua azienda. Gli fu regalata una targa di merito che appese con orgoglio alla testata del letto. Prima di ficcare le donne che si portava in camera, faceva notare che, oltre ad essere un portento sotto le lenzuola, era anche un best seller. Non solo fisico ma anche testa.

Insomma, tutta sta pappardella per dire che Alex, dopo aver rappresentato dal Manzanarre al Reno, ottenne una buonuscita miliardaria dalla sua azienda che, nonostante i continui team buildings e i mental coach pagati fior di quattrini, era inspiegabilmente sull'orlo del fallimento. I vertici aziendali avevano tagliato i rami secchi e Alex, nonostante la giovane età, aveva venduto l'anima al diavolo per 30 denari, fingendosi un esodato.
Noi eravamo invidiosi e ignoranti (io pure zitello).

Sta di fatto che costringemmo Alex a condividere il grano guadagnato illecitamente. Lo pressavamo affinché ci portasse a troie ma il fato si mise di traverso. 

Alex era pieno di soldi e finalmente poteva sborare come Sanz, il quale si vantava di aver pagato un calice di prosecco 1 milione di vecchie lire a Parigi. Quando tutti noi eravamo già pronti a fare stragi coi soldi di Alex, il covid impestò il pianeta e cancellò la vita sociale. Alex si trovò bloccato in casa, con milionate di dollari che ammuffivano e una pulsione libidica devastante. Una beffa.

Finalmente arrivò l'estate e il Governo allentò i serragli. Non appena diedero l'ok agli stabilimenti balneari, costringemmo Alex a scialacquare il denaro che, in maniera inconcepibile, stava dilapidando nonostante la forzata chiusura in casa. Affittò mezzo locale a Marina di Ravenna e invitò una decina di persone.

Si decise per una partenza comune con un paio di amici da Forlì e un piccolo brindisi pre­prandiale al Bar Paradiso. Alex si presentò col solito ritardo. Nonostante fosse la sua festa, nessuno lo aveva aspettato e tutti avevano già brindato e bevuto come barbari. Doveva solo scendere dall'auto per saldare il conto e caricare tutti in direzione riviera. Alex fece notare che era la Sua festa e non aveva intenzione di guidare. Inoltre, sulla sua vettura era montato il seggiolone della figlia.

Il Veneziano non perse tempo, smontò il seggiolone della figlia e lo depositò dietro una fioriera del Bar Paradiso, dopodiché salì sul retro della macchina e si accese uno spinello. Alex provò ad obiettare che non poteva lasciare il seggiolone dietro il vaso di un bar e caricare in macchina persone ubriache che per giunta fumavano spinelli, d'altronde quella era la Sua serata!

Il Veneziano continuava a fumare e ripeteva "Ma kenne sappiamo noi?" "Eh Alex, kenne sappiamo?" 

Alex non capiva ma il Veneziano continuava a sputare fumo e impestare la macchina. Alcuni amici seguirono l'esempio del Veneziano e si sedettero comodamente all'interno dell'auto. La Bestia si avvicinò alla fioriera, diede un calcio al seggiolone che rotolò più lontano e poi rientrò furtivamente in macchina con una fragorosa risata.

"Dai Alex" disse poi il Veneziano "ci sta, lo devi accettare".

Ci ritrovammo in una tavolata di trenta persone, metà delle quali imbucate e che conoscevano Alex per sentito dire. Fu uno dei pranzi più libertini a cui abbia mai partecipato. La gente ordinava piatti di pesce mai mangiati e bottiglie di vino che avevano visto solo in televisione. Ognuno era libero di ordinare e la situazione sfuggì presto di mano.

Al tavolo c'era pure il famoso Jason Big Cake Fringuello. Jason, da quando si era sposato, viveva nei divieti e nel rigore ecclesiastico ma quel giorno la sua rigida disciplina subì delle crepe.
Impossibilitato a bere e fumare, si accendeva paglie una dietro e sputazzava dalla bocca grossi zampilli tannici.

Nonostante non fosse lui a pagare, a fine pranzo, in un evidente stato confusionale, ordinò la peggio tequila esistente sul commercio. Provammo ad obiettare che quello era puro veleno, ma Jason diceva di essere un grande intenditore e che noi non capivamo un emerito cazzo.

C'è da dire che Jason era enorme (pantagruelico direbbe Steven) e quando beveva diventava manesco.

Fummo obbligati a trangugiare dozzine di bottiglie di questa tequila devastante. La decenza ebbe un tracollo e oltre a Jason, nessuno fu più in grado di gestire la propria situazione. Alex veniva continuamente vessato da tutti e in particolare da Jason che con un calcio in culo lo mandò a pagare il conto, non prima di aver ordinato bottiglie pregiate per un tavolo di sconosciuti a fianco. Per far scendere i bollori, proposi un tuffo in acqua mentre attendevamo Alex e l'infinito scontrino. Il titolare stava mettendo sul conto anche quello che aveva perduto durante la pandemia, giustamente. Pagò molto più di Sanz a Parigi. Jason si fece una grassa risata, intimò a tutti noi di ridere con lui e diede infine del pezzente ad Alex.

Stava scendendo la sera e il clima non faceva presagire nulla di buono.

Fine prima parte.

 

di Evangelista

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