Dario Sconcerti era brutto


Dario Sconcerti era brutto.
Non aveva particolari deformità, non era alto né basso e per i suoi quarantadue anni compiuti era piuttosto in forma pur senza aver mai praticato sport in vita sua.
Anche i connotati, presi singolarmente, non possedevano nulla di grottesco. Nulla di esageratamente grande o ridicolmente piccolo. Semplicemente non erano abbinati bene tra di loro.
Aveva castani capelli folti e senza luce che partivano da dove, per un uomo comune, doveva esserci la metà della fronte, la conseguente vicinanza ad un paio di sopracciglia rade e spettinate, unito a due piccoli occhi grigi troppo vicini tra loro, contribuiva a dargli un aspetto che trasmetteva un senso di primordiale ignoranza.
In realtà, Dario, non si poteva definire ignorante. Piuttosto aveva una sorta di inconsapevole, istintiva intelligenza che gli impediva di commettere tutte quelle bassezze proprie della mancanza di intelletto ma non sufficiente da rendersi conto della piena inutilità della sua esistenza.
Dario Sconcerti lavorava come impiegato in un’azienda produttrice di tubi di gomma per impianti oleo-dinamici, la OilMec, da quasi vent’anni, dall’anno in cui si laureò senz’infamia ne lode alla facoltà di Economia della sua città.
Il suo titolare, Vidmer Santolini, non l’aveva mai gratificato con un premio o un aumento e lui, per non creare problemi, non l’aveva mai chiesto.
I suoi colleghi, solo quelli che dividevano l’ufficio con lui, erano gli unici suoi amici. Soltanto che lui, per loro, non era affatto un amico ma semplicemente un collega e non lo invitavano mai alle frequenti birre dopo-lavoro. Dario Sconcerti non avrebbe comunque accettato dato che era completamente astemio e anche un solo sorso di alcol gli procurava forti emicranie e repentini abbassamenti di pressione.
Gli avrebbe comunque fatto piacere l’invito.
Nemmeno la vita amorosa di Dario Sconcerti era un idillio: non ebbe la fidanzata per tutte le superiori e l’università ma, forte della giovanile speranza, pensava che sarebbe stata soltanto una questione di pazienza e che un giorno la sua Lei lo avrebbe magicamente trovato e in un batter d’occhio si sarebbe trovato sposato.
Dario Sconcerti, a quei tempi, si masturbava parecchio. vicolo
Passati i quaranta si rese conto che non avrebbe mai avuto una donna. Non andava agli incontri per single over35 perché gli parevano ridicoli né a prostitute perché immorale.
Le rarissime volte che i suoi colleghi, mossi da pietà, gli combinavano un incontro con qualche loro amica disperata, la ragazza non si rivelava tale a quel punto.
Il problema, oltre al fatto che Dario non fosse certo un adone, era la più totale, vuota mancanza di argomenti. Non aveva fatto esperienze, non aveva hobby, non faceva collezioni. Non era interessato alla musica, all’arte, allo sport. L’unica cosa che faceva Dario Sconcerti era guardare i Telegiornali.
Quella mattina era autunno e Dario Sconcerti si svegliò strano.
Una delle mosche in ritardo con la morte si posò sulla mano. A volte, quando la solitudine lo attanagliava, le lasciava gironzolare per il suo corpo perché il solletico che gli facevano a contatto con gli avambracci nudi dava a Dario un senso di presenza, di compagnia.
Mise su caffè e toast e aspettò che quella nota nuova nella sua giornata prendesse forma...
VOLEVA CAMBIARE MACCHINA!
Fece un rapido calcolo e si rese conto che a causa del suo basso stipendio e della sua totale incapacità al risparmio (dovuta in gran parte ai continui cibi spazzatura da asporto) non sarebbe riuscito a pagare una rata abbastanza alta da permettergli di estinguere il prestito in pochi anni.
Sfruttando l’onda di entusiasmo che lo permeava si lavò, si vestì, salì con un nuovo senso di disprezzo sulla vecchia Clio e si recò a lavoro, bussò alla porta del titolare e respirò profondamente.
Vidmer Santolini era al telefono, abbassò la cornetta. –Avevi bisogno Dario?-
-Le dovrei parlare un minuto, è piuttosto importante.-
La mente di Vidmer Santolini fece un rapido ragionamento. La moglie e la figlia erano fuori tutta la settimana a casa dei nonni materni, Carla, la sua amante da qualche mese, si era presa l’influenza e lui non si era certo fatto l’amante per starle accanto nei momenti di difficoltà o cose simili, quindi le aveva detto che sarebbe stato a lavoro fino a tardi. Ma non era vero: non aveva già quasi più niente da fare e stava per sfruttare uno degli ultimi giorni soleggiati dell’anno per farsi un giro in mountain-bike...
Vidmer Santolini, però, odiava cenare da solo.
-Scusami Dario, oggi è davvero una giornataccia, sbrigo due cose qui e devo correre a vedere un fornitore. Non tornerò che nel tardo pomeriggio. Ceniamo insieme cosi ne parliamo stasera, ti va? Da Ronzini alle 20?-
Dario Sconcerti rimase un attimo ammutolito.
- ..Perfetto - Disse – A dopo.-
Passò tutto il resto della giornata in stato di grazia, non solo avrebbe cenato con qualcuno ma addirittura con il suo capo! Il senso di coraggiosa euforia con il quale si era svegliato non accennava ad abbandonarlo ed arrivò davanti a Ronzini alle 20 precise, si sedette e ordinò un Negroni. Mentre beveva vide un ragazzo. Trotterellava spensierato con una mappa in mano anche se sembrava non darle troppo attenzione. Era vestito di stracci, con la barba lunga e uno zaino più grande di lui sulla schiena riportava varie toppe di paesi che lui aveva solo sentito nominare al TG nella cronaca nera. All’inizio pensò fosse un 4 barbone ma poi gli guardò gli occhi. Fu la scintilla che gli fece trovare un senso a quello che gli stava succedendo, in un secondo la passione per la vita che vide negli occhi del ragazzo fu anche sua e gli si materializzarono davanti agli occhi i più svariati desideri; dopo poco capì che erano suoi.
Tutto quello che la vita gli aveva insegnato a reprimere gli fu improvvisamente vomitato in ogni particella del corpo. Fremeva, non sapeva da dove iniziare ma sapeva che l’avrebbe fatto.
Perse completamente interesse verso l’appuntamento che aveva, scolò il Negroni, si diresse fuori e respirò per la seconda volta, quel giorno. L’euforia unita agli effetti dell’alcol che per una volta aveva ignorato lo bloccarono. Le gambe gli tremavano e si sentiva venir meno; trovò un vicoletto appartato e si mise a sedere sui talloni in attesa di riprendersi.
Alfio Badeschi era Belloccio.
Lo era sempre stato, anche se alla soglia dei quarant’anni il volto mostrava i segni di una passata e combattuta tossicodipendenza, mentre il ventre gonfio un attuale alcolismo.
Non era nato cattivo. Anzi, da piccolo era timido e dolce ma, un insieme di errori suoi e schiaffoni dalla vita lo avevano reso cinico e sprezzante verso se stesso ed il mondo.
Certo, era di compagnia e se la cavava con le donne e nessuno avrebbe pensato che dietro quella bonaria faccia da schiaffi ci fosse una spirale senza fondo d’odio e invidia.
In particolare quella sera.
Alfio Badeschi era stato licenziato dall’ennesimo lavoro quel pomeriggio, per aver rubato materiale aziendale e si era fiondato al Joy’s Pub deciso a sperperare gli ultimi spiccioli che possedeva.
Bevve pesante e alle nove di sera era già su di giri. Lo cacciarono per molestie e lui uscì deciso ad aspettare il barista, il buttafuori o chiunque altro e fargliela pagare. Aveva un coltello serramanico in tasca.
Mentre lo cercava vide Dario sconcerti riverso su di un fianco, privo di sensi.
Provò una pena immensa per quella sottospecie di uomo, in abito da sera consunto, svenuto in un vicolo.
Fece per tornare ai suoi armeggiamenti ma si girò, guardò un’altra volta la sagoma, sputò e gli tirò un calcio in piena faccia.

di Yugs

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