Il ritorno del Profeta


Ero su un treno diretto a Milano e stavo leggendo un articolo sulla possibilità di cambiare vita. Tutte quelle fantomatiche storie di gente che, da un giorno all’altro, si ritrova in una stanza piena di cibarie dopo aver passato tutta una vita in carestia. Sono articoli che piacciono perché instillano nella mente umana, la possibilità di svaccare dalla monotonia della vita. Il cambiamento può essere subìto. Come la storia della ballerina infoiata che seduce Keynes, padre della macroeconomia e, a detta dell’autore dell’articolo, noto omosessuale. ritorno profeta
Qui potrei subito aprire una digressione sui metodi di insegnamento; voglio dire: se all’epoca dell’università, mi avessero detto che Keynes era un culo, mi sarebbe sicuramente restato in mente e l’avrei studiato con più simpatia. Come quando ho scoperto le leggende sul D’Annunzio, ho visto le sue scarpe coi cazzi disegnati o la vestaglia col buco per fottere all’istante. Questi sono i dettagli che la memoria associa e trattiene, e non ne capisco l’omissione da parte degli insegnanti.
Ad ogni modo, tornando al Keynes, contrariamente al suo “conclamato” ardore di uccello, si lascia travolgere dalla lussuria della ballerina che gliela sbatte sotto la faccia continuamente. Finisce addirittura per sposarla, vivendo, sino alla fine, felice e contento. Oppure il cambiamento può essere voluto.
Come la storia di Henri Rosseau, pittore francese dell’ottocento, che aveva una smania di affermarsi pari a quella della Lecciso Loredana; però a differenza della Lecciso, la cui unica dote è stata appropriarsi del pennello di Albano Carrisi, Rosseau con il pennello ci sapeva fare.
Ma, a volte, nella vita non basta essere bravi. Ci vuole coraggio e bucio di culo. La Lecciso ha spompinato la persona giusta la momento giusto, anche se, in questo caso, di bucio di culo c’è poco. Rosseau era bravo ma non bastava. Non poteva neppure spompinare come Keynes o la Lecciso. Per cui, per mantenersi, doveva fare il gabelliere. Andava di casa in casa a portare cartelle esattoriali e faceva il gesto di sfregare velocemente il pollice sull’indice della mano destra, come a dire: “tira fuori gli sghei”; la gente lo odiava per questo e si beccava colpi e infamate continue. Rosseau era solo come un cane. Allora voleva cambiare e, 2 quando non doveva pignorare, dipingeva. Lui voleva essere un pittore, non un finanziere.
E qui il lettore si aspetta la svolta.
Invece Rosseau era un disgraziato e disgraziato è rimasto sino alla morte. L’autore scrive che morì solo, oppresso dai debiti e dall’amarezza. Ammazza.
Keynes subisce il cambiamento ma gli va bene.
La Lecciso vuole il cambiamento e lo ottiene.
Il Rosseau vuole cambiare ma ciao.
Allora io, da lettore, mi chiedo: ha senso tutta sta smania di voler cambiare se poi il destino fa un po’ come cazzo gli pare?
Anzi, a volte va a rompere le palle a persone che stanno bene nel loro brodo, e lascia a bocca asciutta (non è il caso della Lecciso) gli irrequieti. Tutto questo cappello introduttivo, per dire che ero intento a riflettere sulla vita e le possibilità di cambiare la mia misera esistenza, mentre, seduti di fronte a me, due vecchi signori armeggiavano con un cellulare.
Pareva la scena riprodotta nel famoso quadro del Castellacci: “Scimmia che gioca col telefono”.
Gli anziani signori confabulavano tra loro con animosità. Uno dei due parlava a voce alta, dandomi occhiate furtive. Assomigliava vagamente a Pisapia; aveva gli occhi di una persona a cui spieghi una barzelletta ma resta impassibile, per deficienza o distrazione.
Provavo a fare l’indifferente, ma uno dei vecchi sembrava voler coinvolgermi nella discussione. In tutto questo casino, il vecchio faceva dei rimandi all’India. Diceva che quel telefono gli aveva salvato la vita, poi mi guardava sottecchi.
Io continuavo a fare l’assente, come quando il professore chiamava il mio nome per l’interrogazione.
Il secondo vecchio era più vecchio e meno sviluppato:
“Ragazzo, può aiutare mio fratello a cancellare i nomi dalla rubrica del telefono??” disse.
A quel punto non potevo più fingere. Chiusi il giornale con l’articolo sul cambiamento di vita, e mi feci passare il telefono.
I nomi della rubrica erano palesemente stranieri e, pensando a quanto detto anzitempo dal vecchio, probabilmente indiani.
Ad un fratello era caduto il cellulare in bagno e l’altro voleva dargli il suo telefono indiano in sostituzione.
Facevo fatica ad immaginare il vecchio che, mentre pisciava, sbocchinava nel cellulare come i giovani di oggi, ma evidentemente qualcosa era accaduto.
Era più probabile che il vecchio stesse cagando e, nello stesso momento, sfogliava la rubrica del telefonino. Mentre pensava alle vecchie bagasce che lo avevano eccitato in gioventù, era sopraggiunto un colpo di sonno ed il telefono era caduto. Si era svegliato dieci minuti dopo, con le braghe calate e il telefonino nella merda.
Il fratello più smart, quello che non aveva cagato sul telefono, cercava di parlare un linguaggio giovanile. Niente a che vedere con tutte quelle espressioni da ritardati che usano i giovani d’oggi, ma apprezzavo lo sforzo.
Disse che stava regalando il telefono al fratello maldestro (quello delle bagasce) e che quel telefono lo aveva comprato a Nuova Delhi.
Da lì, partì come un fiume quando si apre la diga. Voleva raccontare la sua storia.
Il vecchio più vecchio, quello delle bagasce, provava ogni tanto ad entrare nella conversazione ma sortiva gli stessi effetti di Donny durante l’accesa discussione tra Drugo e Walter nel Grande Lebowski. Obladì Obladà.
Il vecchio protagonista “lavorava” in India sei mesi all’anno. A Nuova Delhi esattamente.
Pensai alla Fornero, a Boeri, e maledissi la previdenza italiana.
I due vecchi stavano andando a Napoli per business. Non dissero business ma lavoro. Il vecchio più vecchio doveva avere ottant’anni.
Lavoro, ottant’anni, smartphone, cesso, cacca.
A Napoli avrebbero aperto dei punti vendita di vestiti prodotti in India.
Quel telefono bisognava baciarlo, disse il vecchio, perché, quando aveva avuto l’incidente, gli era rimasto in tasca e quando si era svegliato dal coma, era stato la sua salvezza.
Ora, qui il racconto si fa più confuso, per cui devo fare delle supposizioni e tornare al presente.
Il vecchio ha un incidente in India, a Nuova Delhi. Ci resta sotto e va in coma. Non so quanto sia stato in coma; suppongo un tempo breve considerata la durata della batteria di un telefono.
Il vecchio potrebbe aver detto stronzate, lo so, ma io ci sguazzo nelle stronzate.
Il vecchio è in coma, a Nuova Delhi. Il vecchio non ha documenti. Lo portano in obitorio. Suppongo che in India non abbiano una gran cura delle persone che vanno in coma e non hanno documenti.
Il vecchio è all’obitorio, morto. Dato per morto.
Il vecchio mi guarda e mi dice: “Sono stato con Lui per un po’, poi sono tornato. E’ il classico caso di morte apparente. Sono morto e sono risorto.”
Alè! Gesù Cristo!!penso io.
“Ragazzo, sono stato con Lui. Mi sono trovato in uno stato di premorte”, continua il Gesù della situazione, “e poi sono tornato. Non ci credo ancora ma è andata così.
Quando mi sono svegliato all’obitorio avevo un telo che mi avvolgeva e ho sentito il cellulare che suonava in tasca. Non mi muovevo e non parlavo perché ero in coma.”
Ricapitoliamo: il vecchio è coperto da un telo, non si muove e non parla, però il racconto continua dicendo che riesce, inspiegabilmente, a comporre l’ultimo numero digitato nel telefono.
In quel momento passa una persona (all’obitorio??) e lui, con gli occhi, fa cenno di rispondere al telefono.
Qui devo dare credito al mio narratore perché io credo al linguaggio degli occhi, soprattutto da quando ho assistito alla scena in cui Pota invita la Chiara a spompinarlo senza proferire verbo (vedi Fanzin n°8).
Fatto sta che il becchino indiano si accorge del vecchio dato per morto e risponde al telefono.
Il vecchio si interrompe e dice che è una storia incredibile su cui ha deciso di scrivere un libro. Incuriosito come una cagna in calore, chiedo lumi sul libro e il vecchio dice che se lo stanno contendendo diverse case editrici.
Alè, il nuovo Umberto Eco.
Comunque dice di non disperare perché tra poco verrà pubblicato.
L’altoparlante annuncia l’arrivo alla stazione di Bologna. I vecchi devono scendere. Vorrei chiedere il nome di questo personaggio biblico, ma perdo il coraggio. Il vecchio si accorge della mia curiosità e, sborando, mi lascia con queste parole profetiche:
“Attendi l’uscita del libro: Lassù, andata e ritorno."

di Evangelista

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