L'amore ai tempi della collera

 

Al decimo piano di un condominio di periferia, arrivava tutto rarefatto.
Arrivava tutto quello che avresti potuto percepire al piano terra, o ai primissimi piani, con vetro singolo o doppio: sgommate di tamarri improvvisati su buche d’asfalto e disagio; urla di cornuti non più sottomessi, ma non ancora pienamente consapevoli della propria condizione encefalica; esplosioni di vetrine appartenenti a commercianti colpevolmente in ritardo, anche per quel mese, col pagamento del pizzo.
Arrivava tutto, ma attenuato da una porzione di atmosfera senza grande utilità, se non quella di rendere la colonna sonora di ogni avvenimento non più rumorosa di un’enorme bolla di sapone, come quelle che alzano i freakkettoni con una secchia di acqua di pompa e due bacchette di legno fradicio, di quelle che esplodono umidicce davanti ai visi imberbi di quattro sballati del cazzo, per intenderci, ogni martedì pomeriggio al parco F********.
Solo una cosa, dentro le quattro mura incastonate al decimo e ultimo piano di un palazzone simil sovietico, ti arrivava sempre diretta. Anzi, come un diretto, in faccia, preciso e letale, come quelli che tirava Mike Tyson nella seconda metà degli 80’s: la rottura di coglioni di Heléna Amorelungo.
Al decimo piano non avevi scampo; non una via di fuga, non un disperato tentativo di svicolare senza traumi conseguenti. A meno, chiaramente, di non essere un Supereroe della Marvel (o marca equivalente), o che il lancio nel vuoto da 39 metri s.l.m. non fosse esattamente il modo in cui avevi stabilito di suicidarti quella notte.
Amorelungo. Non avevo mai inteso se fosse il suo vero cognome, dai social questo risultava e mi bastava, per quanto incuriosito potessi essere. Ma l’idea di fornire spontaneamente a Heléna un ulteriore argomento di chiacchiera mi inibiva a livelli assoluti. Era la persona più logorroica che il Dio della parola avesse mai sputato su questa derelitta città, ed era capace di parlare anche mentre ti faceva un pompino. E no, non aveva un occhio di vetro. Il suo Dio solo sa, come facesse.
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Il punto, per farla breve che lo spazio su Fanzìn è poco, è che la signorina Amorelungo Heléna, oltre ad avere una firma da sociopatica appassionata di Kubrick e una lingua più lunga che abile, aveva un culo scolpito nello stesso marmo pentelico utilizzato per il Partenone, ed era oggettivamente impossibile pensare di non chiamarla anche quella sera, per farla salire fino a quell’illusoria altezza da attico parigino, e beneficiare delle sue appassionate chiappe.
Conscio che, come ogni sera in cui la lasciavi entrare, ti saresti dovuto sorbire almeno un’ora - post coito - di follie cerebrali, dal retrogusto vagamente catto-fascisteggiante, condite da elucubrazioni maccheroniche sull’inutilità di possedere animali domestici anziché domestici in livrea di pura razza umana.
Conscio che ti saresti dovuto produrre in un balletto di finti sbadigli e stirate di braccia a livelli nureyeviani per stuzzicare il suo labile senso di decenza, e convincerla a levarsi dal cazzo prima che ti potessi addormentare.
Perché lei, e questo era il suo secondo e ultimo pregio, non si fermava mai a dormire fuori, tornava sempre a casa prima dell’alba.
Come un vampiro. O come una che abitava ancora con genitori smaccatamente fasciocattolicheggianti, desiderosi di avere la beata figliola a tavola al loro fianco, anche a colazione, prima di andare al lavoro.
Colazione a casa Amorelungo. Sarà il titolo di qualche altro articolo di qualche altra fanzine in un prossimo universo parallelo, probabilmente.
Fatto sta che proprio quella sera, un prodigio si materializzò in camera da letto, poco prima dell’una di notte, senza danni apparenti a cose o persone: neanche dieci minuti dopo aver finito di amoreggiare rumorosamente, Heléna si alzò sui gomiti e mi disse “scusa la fretta ma domattina devo alzarmi molto presto, mi vesto e me ne vado”.
Io fortunatamente ero troppo disidratato per mostrare una qualsivoglia emozione, e annuii distrattamente dicendo “vèstiti in sala, così mi fai compagnia mentre mi accendo una sigaretta”.
(PICCOLO SPOILER: trasferendoci tutti, ora, in quella stanza, esattamente quella sera, in quel preciso istante, ecco questo è il momento in cui una persona in grado di prevedere il futuro, uno sciamano della tribù degli Apache mettiamo, vede ogni stella del firmamento e le meccaniche celesti tutte riallinearsi, come per magia, per comporre in cielo la scritta “HAI FATTO UNA BELLA CAZZATA”).

Non feci in tempo ad appicciare la sigaretta, che Heléna mutò l’espressione vacua ma serena che mostrava sino a un nanosecondo prima, per allungare un viso già equino di suo in un muso dai caratteri grotteschi, e non sarebbe bastata mezza piramide di Cheope per contenerne il profilo. Si girò severissima verso la mia anima polleggiata, e immerdò l’aria non ancora satura di fumo con queste esatte parole:
Io comunque non capisco come tu faccia ad andare a ballare tutti i weekend, venerdì e sabato a B******, e fare 300 km di autostrada con la macchina tra andata e ritorno, per infilarti in mezzo a quella manica di gente ubriaca e drogata e ascoltare quella musica rock metallara che, personalmente, non mi trasmette alcun messaggio positivo”.
Non la toccai. Non la sfiorai nemmeno con la canonica rosa. Iniziai semplicemente a insultarla, come avrei dovuto iniziare a fare da qualche mese.
Partì un dinamico monologo d’insulti, oggettivamente tutti meritati, che si concluse soltanto al piano terra dopo aver percorso a piedi tutti e dieci i piani del condominio. Heléna davanti e io quattro scalini dietro, a vomitare grandi, radiose verità sulla sua coppa.
Lei non diceva una parola. Non riusciva a controbattere. Non so se per paura o convinzione. Era ammutolita. Magari aveva preso un cartone. Mmm… no, ok, un cartone no. Vabbè.
Arrivati al portone d’ingresso, aprii la serratura elettrica con un pugno sul pulsante, poi mi fermai. Lei ferma, rimase. Le sorrisi e mi avvicinai delicato. Le diedi una carezza sulla guancia, e scoreggiai un tuono mastodontico che risalì l’intero trombone delle scale. Scoppiai in un riso gutturale che nella penombra sembrò il rantolo di un Batman ubriaco.
Diventò troppo, per lei. Almeno, credo. Non riuscì a trattenere le lacrime, che cercava di coprire maldestramente con le mani sul volto. Scoreggiai nuovamente, con ancora più orgoglio.
Lei urlò “no!!! non così!!!” e si mise a correre all’impazzata, ripetendo “non così!” nella notte periferica di questa città ammorbata da gas industriali e scariche colleriche.
Io chiusi il portone, mi feci verso l’ascensore. Mentre aspettavo che il carrello elevatore raggiungesse il piano terra, provai a chiamarla. Come immaginavo, rispose la voce della segreteria. Non esattamente una voce rock metallara, secondo i nuovi canoni musicali della serata.
Sussurrai nel microfono del mio telefono nuovo “non farti vedere mai più”, ruttando.
Venne malissimo. Riprovai. Credo di averle lasciato almeno otto tentativi finiti più o meno allo stesso modo.

Entrai nell’ascensore, e non mi incazzai mai più così tanto, in tutta la mia vita.

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