Ophelia 2.0


06.00 Le sei! La sveglia le ricordò che per lei cominciava un altro giorno. Dio, la sveglia! L’avrebbe presa a morsi pur di farla tacere... Di là, l’attendeva una montagna difallico articolo panni da stirare: le sembrò che ogni indumento avesse preso vita! “Ma perchè non ho stirato ieri sera?!” si chiese conoscendo perfettamente la risposta. La sera prima aveva ricevuto la visita di Luca e Anna, una coppia di amici fraterni. Una bella improvvisata! La grande confidenza che aveva con entrambi, frutto di anni di assidua frequentazione, le avrebbe consentito di stirare anche davanti a loro conversando, ma le diapositive del loro viaggio in Egitto... Che erano venuti appositamente a proiettare!!! Ebbero il sopravvento. Proiezione e commenti (quattro rullini da trentasei pose!) fino all’una...
Sì! Era decisamente di pessimo umore. E quando era di cattivo umore odiava tutto e tutti, a cominciare dal padre al quale, pur amandolo, in quelle occasioni non perdonava di averle affibbiato quel nome. “Ophelia guarda questa! Ophelia fatti la spiaggetta...Ophelia lguarda che carini i cammelli!!! che cazzo di nome è Ophelia? Ma chi cazzo ha studiato Shakespeaere dai? ”Essere o non essere” Il quadro poi... una morta! maddaiiii!!!”
Consapevole di andare incontro ad una “giornata no” dette un mesto e rassegnato sguardo ai panni ed operò una rapida cernita. Questo no.. Questo no... Questo domani... e questo??? Cacchio questo!!!
Alla fine si sarebbe messa in jeans e camicia, chè la camicia poi era già stirata; a Giulia avrebbe stirato i pantaloni blu e la maglietta verde acqua marina (alla faccia della pubblicità una macchiolina in pieno petto non era venuta granchè bene, ma sotto al grembiulino sarebbe andata benissimo!!!); a Federico avrebbe stirato la tutina rossa che gli aveva regalato la nonna. A Massimo non avrebbe dovuto stirare nulla giacchè si trovava ad Amsterdam... Per un viaggio premio... lui! Offerto gentilmente dalla ditta farmaceutica presso la quale lavorava come informatore scientifico (“rappresentante”, come diceva lei quando il livello dei loro diverbi scadeva ed il relativo tono di voce saliva di qualche decibel). Aveva raggiunto il “budget”, lui...
Il sibilo della moka la distolse dai panni. Di lì a poco avrebbe svegliato Giulia; insieme ed in fretta avrebbero fatto colazione, quindi una corsa sulla “Y” (Piace alla gente che piace, eh?! Bho... che pubblicità era quella...) fino alla scuola elementare; un bacino, “Ciao mami!”, poi, più tardi, ad aspettare Giulia all’uscita sarebbe andata la nonna, magari con Federico, anche perchè Luisa, la ragazza che stava con lui il mattino, doveva andare a ritirare il referto delle sue analisi (Già, Luisa... a chi avrebbe affidato Federico se Luisa fosse stata veramente incinta?!? Stop! Dimentica!).
Ok, tutto a posto, ma si era fatto ovviamente tardi. Incontrò Luisa a metà delle scale dove le impartì le ultime istruzioni: “Fede dorme ancora, dagli le gocce! Ah mettigli la tutina rossa che poi arriva mia madre! Ciao!”. Davanti al garage Giulia! La stava aspettando con lo zainetto sulle spalle, mezza brioche in mano, gli occhi verdi assonnati... “Zainetto, eh?” le venne da pensare “zainetto, lo chiamano... Oh, l’ho pesato: novechiliottocentogrammi, Cristo! Sabato mi tocca andare pure a scuola...”. Il tempo di udire Luisa che le urlava buon lavoro (Sì!!! Buon lavoro!!! Mmmhhh !!!) ed erano già in auto. “Ma che vita è questa?” si chiese Ophelia mentre Giulia, ormai lontana, le apparve sullo specchietto retrovisore come un puntino rosa davanti ai cancelli sproporzionatamente grandi della scuola (che pensavano di rinchiuderci, bestie feroci?).
“Quanto sto con i miei figli?!? E “come”, ci sto? Oddio...” le venne naturale domandarsi deglutendo un ovosodo grande così. Non ebbe il tempo di rispondersi: vide tre metri di strada incredibilmente liberi, freccia tac! Retro tac!! Parcheggio tac!!!. Ciò che maggiormente la contrariava di quel suo ritardo era il doverlo giustificare al capo del personale della sua azienda, un vecchio satiro che a quell’ora, era certa, aveva già fatto ritirare i fogli delle presenze.
“Nooo, i jeans! Quelli attillati, poi!” rammentò Ophelia mentre, avvicinandosi alla scrivania del fauno, ne avvertiva gli sguardi lascivi. Firmò in apnea pregando che le fosse risparmiata la battutina che, invece, arrivò puntuale: “Fatto tardi ieri sera!? Eh, signora Ophelia?!”
Improvvisamente realizzò che quello non sarebbe stato un giorno come gli altri!!! Mise in fila quella e le altre contrarietà, riesaminò la sua condizione di donna, rivide Giulia e Federico! e Massimo!! Prese coraggio e decise di farlo! Di vivere al meglio il suo tempo, e si diresse all’ufficio del direttore, determinata a chiedere di lavorare part-time!
“Oh, buongiorno signora” la precedette il direttore “l’avrei fatta chiamare io sa?!? Si accomodi pure...”.
“Signor direttore” attaccò Ophelia presagendo il peggio “mi scusi, ma io non posso continuare a vivere così...”
“Così, come?” la interruppe all’istante quell’ometto di plastica fingendo bonarietà “che problemi può mai avere una persona giovane come lei...?!?”.
“Sono venuta a chiederle un part-time perché... vede...” tentò Ophelia con tono deciso nuovamente bloccata dall’uomo che ora si era fatto mellifluo.
“Ma no, ma no... proprio adesso che abbiamo esaminato il suo lavoro, la perizia con la quale lo svolge...”.
Era ai complimenti. E continuò come un fiume in piena: “La nostra, come lei sa, è un’azienda senza pregiudizi... le propongo di reggere in piedi quella nostra agenzia... ...Sì, dista quarantaquattro chilometri ma, ne sia certa, le verremo incontro...”. “Una promozione...” proseguì, senza più argini “...gli incentivi.... stiamo investendo su di lei! Contiamo su di lei!!! Che per lei sia questo possa essere un nuovo inizio, un punto di partenza e non di arrivo...”. “Ci sappia dire.”
Pose poi seccamente fine a quell’incubo stringendole la mano, rivelandole così la verità:
il direttore non era di plastica ma di gomma. Bagnata.
Silenzio! La risvegliarono, scuotendola, le trombe ed i fari dell’ auto dietro, che la invitavano a partire essendo il semaforo ritornato sul verde (a morsi l’avrebbe presa quell’auto, a morsi!!).
Una sosta in rosticceria: Massimo sarebbe ritornato la sera stessa. Quante cose gli avrebbe raccontato! Magari piangendo, magari imprecando e lui, l’uomo che aveva scelto, l’avrebbe ascoltata come solo lui sapeva fare. Massimo avrebbe acceso la pipa, si sarebbe seduto, le avrebbe preso il viso fra le mani, e ai suoi singhiozzi avrebbe alternato un buffetto ed una carina sulla nuca perchè, lo sentiva, si, avrebbe pianto. Attendeva il pianto e il suo potere liberatorio fin dal mattino...
Fermò l’auto accanto a quella del marito, richiuse la porta del garage, salì di corsa le scale. Massimo la accolse sulla porta:
“Ehi. Ciao!! Mi sei mancata... Occi il cinese!!! Ti ho portato una sorpresina da Amsterdam...”.
Giulia le si fece incontro festosa, Federico le stava già mostrando orgoglioso un disegno. Consumarono in fretta quella cena ormai fredda
(“tutti oh! Ma proprio tutti rossi i semafori fino a casa! Eh!!”).
Tralasciò di lavare i piatti e il resto! Prima dell’alba avrebbe voluto vedere il colore del tavolo su cui poggiava quella enorme massa di panni. Dunque, stirò. Giulia aveva smesso di gridare: Massimo l’aveva accompagnata a letto abbondantemente prima del solito, attento a non svegliare Federico.
“Perchè, poi?” si domandò Ophelia. Sfinita, due ore e dieci dopo si diresse nella stanza da letto.
Fu lì che vide, un sorriso fra il beffardo e il provocatorio, steso, le mani incrociate dietro alla nuca, il marito. ...
Massimo indossava un paio di vistosissimi boxer rossi al centro dei quali torreggiava la raffigurazione di un fallo enorme in erezione, con la scritta “Take me!” ...
“Visto?!? Oh, ad Amsterdam si trova veramente di tutto!!!
Come on Ophelia... come on!!!”.

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