Il Veneziano

 

Il Veneziano era cresciuto, ormai aveva raggiunto l’età matura, non era più il tempo dell’incoscienza.

Aveva persino contratto un mutuo e abbandonato la strada.

Tutto sembrava volgere al meglio se non fosse stato per quel vizio latente che non lo abbandonava: le canne.

Aveva provato in tutti modi a smettere, cerotti, libri, corsi, yoga. Inutile. La cosa peggiore è che faceva credere a tutti di aver smesso. Basta magliette di Bob Marley, basta ambienti freak, basta reggae, basta bambulè e inni alle droghe. La sua fidanzata non stava nella pelle dalla contentezza. Aveva bramato questo momento sin dal giorno del loro primo incontro.

Il problema è che fingeva tranquillità ma dentro soffriva e ardeva come un marito tradito. Chiamatela astinenza, necessità di sballo, legame chimico ma il Veneziano sentiva un bisogno atavico di fumare le canne. Dissimulare era difficile. Se a tutto questo aggiungiamo la paura inconscia per gli sbirri, ecco che la frittata era fatta. Quando il fiume canna incontrava l’affluente sbirri si scatenava un gorgo talmente forte da risucchiare lo sperma di un morto.

Alla vista un Pubblico Ufficiale perdeva la testa, era più forte di lui. Il cuore partiva all’impazzata, la bocca si impastava, le mani sudavano e gli occhi guardavano persi nel vuoto. Era impossibile non sgamarlo.

Come gli animali sentono in anticipo il terremoto e iniziano ad agitarsi nella stalla, così il Veneziano percepiva il Pubblico Ufficiale a chilometri di distanza; poteva essere un Sindaco, un vigile, un giudice, che lui se ne accorgeva. La categoria più temuta era ad ogni modo quella delle forze dell’ordine. Troppe volte lo avevano pizzicato, colto in flagranza. Era impossibile non notare lo stato alterato del Veneziano, in loro presenza sembrava un epilettico, aveva scritto in fronte “sono colpevole” come quei cani che sanno di averla combinata grossa e al primo sguardo del padrone abbassano le orecchie, mettono la coda tra le gambe e chinano la testa. Una dichiarazione di colpevolezza pari a quella di un omicida col coltello ancora sporco di sangue.

Canne e sbirri erano l’ossimoro che rendeva la vita del Veneziano un tormento. Tormento che si portava persino in vacanza, aggravato dal falso disinteresse per le canne.

Lui e la ragazza avevano deciso di partire alla volta della Sardegna per un tour in macchina e un relax meritato dopo un rigido inverno.

Stare lontano da casa significava però non disporre dell’approvvigionamento quotidiano di cannabis. Per rimediare aveva deciso di correre il rischio di esser scoperto dalla sua ragazza ma aveva escogitato un nascondiglio di una complessità macchiavellica per non essere scoperto dai tutori della legge. Dopo avere sollevato la gabbietta che comprime il tappo della bottiglia di spumante, aveva avuto la brillante idea di nasconderci il fumo e richiudere il tutto con nonchalanche, manco fosse stato Pablo Escobar ma per il Veneziano prevenire era meglio che curare. Una bottiglia di spumante, il 15 di agosto, in macchina,  con 35 gradi all’ombra, sotto il cui tappo è nascosta della fumella,  potrebbe essere un azzardo ma il Veneziano ero tranquillo, al momento.

Ostentava baldanza quando si imbarcò con la macchina sul traghetto nel tardo pomeriggio. La partenza era prevista per la sera. Tutto procedeva secondo i piani, quand’ecco spuntare a prua della nave una coppia di militari dell’arma. Il battito del cuore schizzò come quello di un centometrista e cianotico il Veneziano guardò la ragazza. La costrinse a uscire dall’auto, prese la bottiglia di spumante e paventò la bizzarra scusa che sarebbe stato bello scendere dalla nave e fare un brindisi prima della partenza per suggellare la vacanza. Inutili furono le proteste della fidanzata, anche perché il Veneziano era già sceso dal traghetto e si era avvicinato ad un parchetto nei pressi della banchina. Quando la fidanzata lo raggiunse, lui finse un discorso da Romeo e Giulietta e la baciò con passione. La ragazza era disorientata dall’atteggiamento sconclusionato del fidanzato, inoltre non capiva perché scendere per brindare con uno spumante caldo come il piscio se poi la bottiglia era sparita. Il Veneziano disse di averla immersa in acqua per farla raffreddare, poi scorse le guardie scendere dalla nave ed ebbe uno spasmo alle gambe. Per fortuna le vide allontanarsi e ripresosi dallo spavento disse che si era sbagliato; forse era meglio brindare all’arrivo sul ponte della nave, sarebbe stato più romantico, e la baciò nuovamente come bacia un attore di film porno.

Tutto questo visto da fuori potrebbe apparire un affannarsi ingiustificato ma la smania di canne era talmente presente nella sua vita che lo stress di queste situazioni al limite passava in secondo piano.

Tornarono sulla nave, non prima di aver recuperato in maniera furtiva la bottiglia dal cespuglio.

Il Veneziano stanco per la tensione accumulata si abbandonò sul ponte della nave e si addormentò ancor prima di aver srotolato il sacco a pelo.

Fu svegliato dal boato della sirena che annunciava l’arrivo al porto di Olbia. Ormai il peggio era passato e guardando l’alba, sorrise per l’inizio dell’anelata vacanza e il successo del suo piano “ingegnoso”.

Ritornarono in macchina per prepararsi allo sbarco. Erano carichi come nomadi e l’auto arrancò un po’ prima di avviarsi. Una coppia di giovani napoletani, vedendo le difficoltà nel fare manovra, si affiancò per sfilare all’esterno. Un istinto carogna si impadronì del Veneziano, colpito nell’orgoglio da questo affronto lanciato dalla coppia partenopea. Stava per raccogliere il guanto di sfida quando ecco apparire sempre a prua della nave dei finanzieri con cani antidroga. Uno shock. Un fulmine gli trapassò il cuore e si accasciò sul volante azionando involontariamente il clacson con la testa. I napoletani si voltarono e inveirono:

-Ma si vnùt ca a rompr o cazz?, figl 'e zuoccl, Omm e merd.-

Il Veneziano era terrorizzato e i cumpà neppure lo sfiorarono, poi un lampo di genio: pensò che se avesse fatto passare i napoletani sicuramente sarebbero stati fermati per un controllo e lui sarebbe sfilato indenne. Due giovani scavezzacollo contro una coppietta innocente, di certo le guardie non avrebbero avuto dubbi.

-Passate pure ragazzi, non ho fretta, ho la macchina con qualche problemino.-

-Vafammocc a mammeta.-

I napoletani passarono avanti e il Veneziano si mise a ruota. Nonostante l’aria mattutina fosse ancora frizzante, un alone di sudore iniziò a formarsi sotto l’ascella del Veneziano. Il sudore di una persona tesa e stressata è acido e l’aria nell’auto si fece densa. La ragazza volle tirare giù i finestrini ma il Veneziano la bloccò immediatamente sostenendo che lo scarico delle altre macchine era peggiore. In realtà voleva essere il meno visibile possibile e l’idea di esser chiuso dentro la vettura lo faceva sentire più sicuro. Ma sapeva che non poteva bastare per passare inosservato agli occhi della legge, così chiese alla ragazza l’Atlante che teneva nel cruscotto dell’auto. Sfogliare un atlante, nella mente malata del Venenziano, equivaleva a far passare l’idea che la gentil coppietta stesse pianificando la vacanza agognata sull’isola dei 4 mori. Con la testa immersa nell’atlante procedeva a passo d’uomo dietro l’auto dei napoletani. Arrivati a cinque metri dai finanzieri, il Veneziano ebbe un impeto di gioia quando vide con la coda dell’occhio i militari fermare i napoletani per un controllo. Il suo piano stava funzionando. Procedette con gli occhi sulla mappa politica del sud america  quand’ecco bussare al finestrino: la mano guantata di un finanziere. La fidanzata ordinò al Veneziano di metter via quel dannato Atlante e di tirar giù il finestrino. Il Veneziano ebbe un mancamento. Aveva perso colore in viso e l’alone di sudore si era espanso sino ai capezzoli.

Abbassò il vetro. L’odore di sudore si espanse all’esterno.

-Senta lei, o legge o guida. -

-Sto guardando la cartina, Signore, per vedere i posti che io e la mia fidanzata possiamo visitare qui in Sardegna.-

-Senta non mi interessa. Quando guida non deve fare altro. Ma poi scusi, quello non è un Atlante?-

-Sì, sì Signore, lei ha perfettamente ragione, Signore.-

SI sentiva mancare. Le gocce di sudore avevano bagnato tutto il sud america.

Il militare si abbassò per analizzare meglio questa sudorazione anomala.

-Senta un po’, facciamo un controllino?-

Il buio. A quelle parole avrebbe voluto sparire, sotterrarsi, fuggire lontano, in sud america magari.

-No no, Signore!La prego!!!!-

In quel momento il finanziere fu chiamato da un collega che aveva dei problemi con la ricetrasmittente.

Si allontanò dal finestrino. All’interno dell’auto il Veneziano era in uno stato di semi -incoscienza. La fidanzata era sbalordita per il comportamento bislacco e per il sudore che ormai aveva bagnato completamente la maglietta del Veneziano. Gli diede due o tre scossoni per farlo rinvenire. Il Veneziano riaprì gli occhi. Era esausto, non riusciva più a parlare.

Il finanziere sembrava non tornare e le auto dietro cominciarono a strombazzare.

Una guardia gli fece cenno di proseguire.

Toccò terra che era un cencio. Bianco cadaverico, sudato come un cavallo da soma, con occhiaie profonde come gli abissi dell’inconscio.

Mi sarebbe piaciuto raccontare che a quel punto il tappo della bottiglia esplose per i calore interno dell’auto, ma questo avrebbe ucciso il Veneziano dallo spavento, mentre lui va ancora in giro a vantarsi delle tecniche sopraffine utilizzate per nascondere il suo amato fumo.

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